10 film di Andrzej Zulawski che devi assolutamente vedere

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Andrzej Zulawski: il cinema dell’assurdo

Inutile dire che i film di Zulawski graffiano l’anima, mentre schiaffeggiano gli occhi e intanto seducono come il vortice che ognuno di noi nasconde segretamente là… al di là della coscienza. E’ sempre difficile riassumere o anche solo interpretare i film del regista polacco, direi quasi impossibile e a tratti anche piuttosto pericoloso. Pericoloso perché in fondo Zulawski non è mai stato un uomo di parole; ha sempre giocato con le immagini,  le emozioni, il colore, il ritmo, il suono, e soprattto è  sempre riuscito a rubare l’anima, la vera essenza ai suoi attori, dando vita a quella tipica parvenza di spudoratezza indicibile che rimane impressa sempre nelle menti dello spettatore, toccando  fior di pelle quasi tutti i dubbi esistenziali dell’essere umano senza mai però giungere ad una risposta chiara e precisa, senza mai scadere nell’inutilità intrinseca del dogma. Tutti i suoi film sono quasi sempre un’esperienza affascinante, metafisica, direi anche escatologica per lo spettatore, con un grado di intensità che necessita non solo di una visione per essere capiti pienamente e creduti fino in fondo. In poche parole, Zulawski  rappresenta il cinema nella sua forma più folle e geniale, indi per cui è praticamente impossibile e pericoloso, ripeto, scendere a compromessi con la sua opera.

1. La Terza Parte della Notte (1971)

The-Third-Part-of-The-Night-1971La terza parte della notte non è solo uno dei migliori esempi cinematografici europei di scambio di identità, ma un’evocazione incredibilmente spaventosa del periodo di occupazione tedesca in Polonia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, raccontando la personalissima e traumatica esperienza personale del padre, Zulawski sfrutta quel particolare contesto di conflitto e persecuzione, non tanto per ricordare l’evento storico in sé o per concedere al pubblico un senso di prospettiva più alto, quanto per esprimere simbolicamente la discesa torturante e torturata dell’uomo nelle profondità della propria memoria, identità e disperazione.

Un conflitto, quindi, e una lotta presi in prestito per mostrare, in realtà, gli abissi più reconditi della perdita di sé, e come diretta conseguenza, la disintegrazione della prospettiva emotiva del protagonista, risucchiato in un vortice apocalittico di de-strutturazione e irreversibile devastazione, dove un atavico senso di colpa porta all’analisi e all’indagine di un passato traumatico attraverso un presente, purtroppo, anche più che allucinato.

Tale impossibilità di comunicare, questo difficilissimo dialogo con se stesso del protagonista, ma in fondo di tutti i personaggi del film, anche quelli più marginali, rendono di certo la pellicola di difficile fruizione per lo spettatore alle prime armi.

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La terza parte della notte offre infatti la visione, in modo piuttosto inquietante e a tratti bizzarro, di uno strano racconto surreale in cui il personaggio centrale risulta essere del tutto fuori controllo e dove l’incertezza costante del confine tra la vita e la morte, fa da sfondo ad altri ben importanti temi come quello dello scambio di persona.

Come infatti gli eventi delle scene di apertura creano un effetto circolare che lega insieme le due estremità della narrazione, così Marta e Michal si ritroveranno ad essere sosia di se stessi, l’uno specchio e l’altro riflesso incondizionato, negando così ogni certezza di linearità, ma anche ogni certezza di dare al film un’interpretazione logica e non invece allegorica. La strage iniziale a cui assiste Michal è infatti molto più probabilmente il preludio di una trasformazione interiore a cui la guerra, la distruzione lo ha sottoposto.

Il senso di colpa è centrale nella trasmutazione e traina il protagonista, e lo spettatore con sé, in caduta libera verso uno stato emotivo o de-motivo, passivo, nichilista e melanconico, dove tutto perde spessore e viene travolto nel vortice dell’inutilità e passività più estrema.

Così come l’amore che viene definito solo per via negativa (quale negazione di tutto ciò che può in qualche modo ferire) la realtà circostante, divenuta un letamaio (in cui tra i lavori più dignitosi e meglio retribuiti vi è quello di essere selezionati come cavie umane da laboratorio per pidocchi), nega ogni possibilità di sperare in una via salvifica e redentoria superiore, in cui l’uomo, sceso finalmente a patti con se stesso e con la propria nudità di fronte al nulla cosmico, può finalmente guardare in faccia la verità e affrontare a viso aperto un Male più che esistente e sicuramente privo di giustificazioni.


2.Diavolo (1972)

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Nel bel mezzo dell’invasione prussiana della Polonia (1973) il nobile e dissidente polacco Jakub, viene imprigionato in un monastero distrutto e trasformato poi in un fatiscente manicomio adibito a carcere. Un misterioso e diabolico sconosciuto in sella su un cavallo bianco, lo libererà per poi guidarlo lungo il viaggio di ritorno verso casa.

Dopo aver scoperto quasi subito la sua ex fidanzata in procinto di sposarsi con un altro ricco politico, conoscente e un tempo amico dello stesso Jakub, questo novello Virgilio capovolto, Essere indolente, plutonico, grottesco e persuasivo, lo spingerà a far visita ai resti ormai dissoluti della sua famiglia.

Il protagonista, notevolmente scosso dalle situazioni e dagli stili di vita fatiscenti a cui la madre e la sorella si sono ridotte (per non parlare poi del padre), sarà spinto verso eccessi di ira compulsiva e atti di inaudita violenza, complici naturalmente le moine diaboliche dello sconosciuto dalla lunga veste nera.

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Originariamente vietato in Polonia immediatamente dopo la sua distribuzione (fatto che poi spingerà Zulawskij a intraprendere lui stesso un lungo viaggio verso la Francia, che lo terrà lontano dalla patria natia per diversi anni), il film scava nella psiche in frantumi degli abitanti della guerra che devastò la Polonia rendendola per sempre più infetta e martoriata.

Con i tipici attacchi emozionali di ira e follia espressi dai vari personaggi, di stampo già tipicamente zulawskiano, la macchina da presa segue il ritmo spasmodico ed epilettico delle frenetiche e isteriche danze, incalzata dai ritmi rock esasperanti dell’ormai già inconfondibile e affezionato spartito musicale di Andrzej Korzynski, come sempre disorientante e selvaggio.

Così Diavolo si presenta al suo pubblico come l’indimenticabile esperienza sensoriale e caotica di un incubo, dove il Male, che già ne La terza parte della notte, si presentava nudo e veritiero di fronte all’uomo spogliato di illusorie credenze redentorie, si innalza ancora più in alto, in rappresentanza di un caos assoluto e incontrovertibile, sottoponendo la visione a un ritmo frenetico e parossistico, a tratti ingestibile per occhi, già e purtroppo, addomesticati.


3. L’importante è amare (1975)

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Quanto può una passione trasformarsi e venire a patti con la quotidianità di entrambi gli individui in essa coinvolti? Quanto può l’amore, superare le barriere di una quotidianità castrante? Zulawski stesso cerca disperatamente una risposta dando vita a uno dei film tra i più belli della sua filmografia. La pellicola racchiude infatti in sé il tema dell’amore come malattia, passione e al contempo come cura o distruzione.

Il regista sembrerebbe voler indagare la natura di quel labile confine che separa, o lega, il più alto e nobile istinto, a quello più basso e vile. Tuttavia il titolo rivela subito che non importa cosa o chi si ama, l’importante è farlo e basta per mantenere viva la fiamma necessaria pur di alimentare la propria insita creatività, sempre in bilico e sul rischio di tramutarsi in torpore, tepore alienante.

Un incredibile e fascinoso Fabio Testi fotografa una bellissima Romy Schneider sul set di un film pornografico la cui scena finale si scoprirà poi coincidere con la fine stessa della pellicola che stiamo guardando. Testi è addormentato, meccanico, fuorviante nelle sue manifestazioni emotive interne. L’incontro con l’attrice lo porta alla rinascita dei sensi e quindi a una rimessa in discussione di se stesso, della propria vita. La scelta della Schneider sembra essere casuale, ma chiaramente non lo è. La donna sul set riflette infatti una passione sopita, una freddezza e insicurezza, manifesto specchio di una profonda fragilità e istinti repressi da un ormai inaccettabile addomesticamento dei sensi.

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La donna è infatti legata da anni a un uomo per cui la passione è svanita, ma che dalla sua ha tutto il rispetto della sua non più amante e un filo indissolubile di amicizia e rispetto reciproco che ancora li unisce. Questo filo, la sua resistenza, sarà messa duramente alla prova dalla comparsa del terzo, ospite di pasoliniana memoria, che andrà a ribaltare completamente il ristretto nucleo, minacciandone seriamente la ormai flebile stabilità.

Il compagno, un saltimbanco ormai sull’orlo del fallimento, che tuttavia un tempo contribuì alla crescita professionale della Schneider, cercherà in modo alquanto intelligente di inserire nel suo nucleo l’intruso, l’estraneo.  Ma sarebbe riduttivo considerare questo personaggio, sicuramente il meglio riuscito del film, come alterego del regista. Zulaski infatti non è uno, non due, ma tutti e tre gli attori del quadro dove vittima, carnefice e salvatore si scambiano facilmente le parti in un gioco che poco ha a che vedere con un amore idealistico, ma tutto invece con la psicologia interiore e sociologica del gruppo. Il regista partecipa attivamente allo scambio di ruoli e alla messa in scena di quel triangolo amoroso in cui vani sentimentalismi sono banditi per lasciare spazio ad un realismo ed una sincerità disarmante priva di inutili ipocrisie.

È da sempre la passione e l’ isteria che ne consegue, ciò che interessa a Zulawski, che riesce magistralmente a guidarci nel profondo delle crisi interiori delle sue cavie da laboratorio quasi sempre fuori dal comune, come il pazzesco e strambo personaggio interpretato dal sublime Klaus Kinski. La scena finale poi ci riconduce a quella iniziale, a riconferma senza più alcun dubbio che in fondo tutto, anche l’amore, altri non è che un gioco delle parti intrappolato nella finzione, in questo caso cinematografica e letteraria.


4.Possession (1981)

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Nessun film come Possession riesce a rappresentare al meglio quell’agglomerato di ossessioni che attanagliano l’anima del regista e a sublimarle nell’atto registico e nell’amore  nella passione per la macchina attoriale e cinematografica. Attraversato da elementi del cinema horror, fantascientifico e thriller politico, Possession si spinge oltre la semplice trama di un divorzio. La storia delle ultime vestigia di un rapporto d’amore tra Anna (Isabelle Adjani) e suo marito Mark (Sam Neill) si tramuta in un pretesto narrativo per attraversare in modo simbolico ma anche più che esplicito tra i temi più delicati per la psiche umana. Ed è per questo che non si può e non si deve parlare di horror facendo riferimento al lavoro sicuramente tra i più significativi di Zulawski, sarebbe più corretto parlare di dramma esistenziale e psicologico, psicodramma dove una particolare e innata propensione filosofica, metafisica e teologica vengono piegate al volere della macchina da presa. Perchè Zulawski, si sa, non ha mai solo detto o descritto ma si è sempre spinto al confine, così come al cuore di ogni singola emotività per prenderla forse a volte anche troppo di petto e sviscerarla, tirandone fuori tutto il marcio nascosto.

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Quando Mark torna a casa da un qualche misterioso impegno di lavoro, Anna chiede il divorzio, e il loro giovane figlio di Bob è naturalmente preso nel mezzo. C’è un doppleganger (la stessa Adjani, che recita nelle vesti di un’ angelica insegnante di Bob), c’è un amante, uno spirito libero e mediocre (Heinz Bennent), che verrà poi lasciato a sua volta da Anna, perdutamente innamoratasi di un mostro dai mille tentacoli (creato dal genio malato di Carlo Rambaldi a cui anche Cronenberg dovrà poi “la vita” per Il pasto nudo). 

Lo stile registico è claustrofobico, nonostante l’ampio spazio del telaio, Zulawski spinge costantemente più vicino i suoi attori per migliorare quel tipico tira e molla di dipendenza e di repulsione che agisce sui personaggi come polarità magnetica. L’orrore emotivo della rottura è complicata dalla profondità di immagini religiose e da un ceppo di coscienza politica che diventa più prominente nel punto in cui ,il film si evolve nel suo atto finale. 

Quando si tratta di prestazioni dei suoi attori, Zulawski da sempre ha preferito chiaramente il tipo isterico-istrionico e soprattutto femminile. Prendendo spunto tra l’altro dalla sua personalissima rottura con l’attrice Małgorzata Braunek (La terza parte della notte, Diavolo) il regista è l’unico a cogliere nella Adjani quello che molti altri invece avevano lasciato nascosto a favore della sua eterea bellezza francese. Zulawski invece si spinge oltre la superficie di un bel viso per scoprire e mostrare qualcosa di decisamente più inquietante.

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Possession è estremo nelle sue manifestazioni di emozione, insopportabilmente grezzo a volte, e davvero straordinario. La sua narrazione irregolare e la sua crudezza emotivamente faticosa ha sollevato nel tempo notevoli polemiche, principalmente a causa della confusione che ha causato la sua visione tra pubblico e critica. Alcuni hanno voluto rappresentare il film come un’allegoria lacerata e surreale sulle nevrosi e sul disagio che circondano un rapporto al suo punto di rottura. Altri hanno invece tradotto la storia del divorzio quale messaggio politico. Inutile dire che interpretazioni come queste hanno reso Possession un film cult manifesto del disagio, del caos e dell’isteria, temi più che noti al caro Zulawski.


5.Sul Globo d’Argento (1988)

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Sul globo d’argento è basato su una trilogia di romanzi del prozio del regista, Jerzy Zulawski, che racconta di una missione terrestre di un gruppo di scienziati in fuga su un altro pianeta, alla ricerca di un’ agognata libertà.

Il film segnò un ritorno per il regista nella sua nativa Polonia, da cui era fuggito dopo la censura da parte delle autorità del film Diavolo. Purtroppo, quando fu nominato un nuovo ministro della cultura, i timori di Zulawski tornarono ad essere una dura una realtà: la trama del film fu infatti subito interpretata come un’allegoria per la lotta della Polonia contro le autorità sovietiche, e fu ordinato di distruggere la pellicola.

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Fortunatamente Zulawski aveva già completato l’ottanta per cento del film, e non riuscirono mai a distruggere l’intero filmato. Utilizzando una voce fuori campo per colmare le evidenti lacune, il film fu mostrato ad un pubblico riconoscente al Festival di Cannes del 1988, ma naturalmente non fu e non è tuttora facile da seguire.

Sul globo d’argento è come una rivisitazione futuristica della vita ai primordi sulla terra, con i numerosi tentativi di sopravvivenza degli scienziati che strabordano poi in un clima politico, mistico sacerdotale… culto religioso che se inizialmente sembra avviare la nuova razza verso una ricostruita e pacifica civiltà, alla fine porterà solo e soltanto verso un caos totale di completa devastazione.

La regia è come un tornado, uno tsunami frenetico dove le riprese sembrano provenire direttamente dagli abissi, una fotografia fredda e atonale rende i personaggi come fantasmi di una società altra, perduta e risucchiata nelle viscere della propria sudicia depravazione.


6.La Femme Publique (1984)

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Ethel, una giovane aspirante attrice (Valerie Kaprisky) intenzionata ad intraprendere una carriera nel mondo del cinema, trova inizialmente lavoro come modella di nudo per un fotografo, ma la sua bellezza cattura subito l’occhio di un appariscente ed istrionico regista (Kesling) che le offre un ruolo importante nella sua versione cinematografica de I Demoni di Dostoevskij. Tuttavia le sue doti di attrice sono costantemente derise da Kesling (in sequenze che rimarcano come sempre quel tipico senso di tensione e di disagio piuttosto cronico in Zulawski). Insoddisfatto quindi della sua performance, l’eccentrico regista inizia un rigoroso corso di indottrinamento. Tramite una sorta di dominazione sessuale unita a sporadiche lezioni di recitazione, Kesling lascia la ragazza mentalmente esausta senza che sia più in grado di distinguere la differenza tra il mondo reale e quello del film.

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La pellicola prende, diciamo, tutta un’altra piega quando Ethel si ritrova a intraprendere un rapporto selvaggiamente delirante con un terrorista ceco. Tramite questo rapporto tuttavia, la ragazza migliorerà nettamente le sue doti come attrice. Nel mondo della creazione di Zulawski, se qualcosa è stato fatto necessita in modo impellente di essere abbracciato pienamente. Così la trasmutazione di Ethel proviene dalla capacità di andare fino in fondo con ciò che nella sua vita sta avvennedo, nulla mai è lasciato al caso, ma vivisezionato nei minimi particolari, conosciuto, quindi visceralmente e fatto proprio. Questo si può anche notare nella sessione in cui Ethel danza freneticamente per il fotografo a inizio film (una variante raffinata della “possessione metropolitana” di Isabelle Adjani e in attesa della donna sciamana Iwona Petry in La sciamana). Ethel balla con emozioni così potenti che diventano troppo da gestire per il fotografo tant’è che lui alla fine si ritrova svenuto. Mentre il fotografo è steso a terra Ethel sfoglia alcune delle fotografie che lui le ha fatto. Le fotografie sono solo del suo corpo dal collo in giù. Ethel stava versando fuori la sua anima, attraverso questa alta forma di espressione di sé, per un fotografo che invece altro non ha che avuto la reazione più bassa che si possa immaginare.

 

Lo stile di La femme publique è di alto livello. Il direttore della fotografia, Sacha Vierny coglie immagini di tutti i personaggi e paesaggi con amore assoluto. I movimenti di macchina iperattivi di Zulawski catturano gloriosamente una sovrabbondanza di impostazioni e di luoghi contrastanti. Vediamo Ethel correre per le strade, tra gli edifici antichi e campi pastorali proprio mentre I demoni viene girato.  Come si era già potuto notare in Possession, Zulawski è del tutto in grado di dirigere scene d’azione emozionanti e coinvolgenti, in cui si sente particolamente ispirato. Queste scene sono così tremende perché inaspettate e riflettono il modo personalissimo di Zulawski di creare le proprie regole cinematografiche e i proprio eccentrici spostamenti tonali. 


7.Amour Braque (1985)

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Secondo ritorno a Dostoevskij dopo Femme Publique, Zulawski si getta a capofitto in una versione postmoderna e a tratti anche beffeggiatoria de L’Idiota, riconfermando per l’ennesima volta l’impronda derisoria del suo cinema sempre al limite tra idealismo intellettuale e beffa dissacrante dello stesso. Difficile lasciarsi coinvolgere dagli estremi enfatizzati dell’Amour Braque, impossibile per lo spettatore anche solo tentare di immedesimarsi nei personaggi che come cavie isteriche e dimenanti sotto il vigile e folle occhio del regista tessono una tela animalesca e deforme che raggiunge le più alte vette del grottesco e dell’intellettualismo ridicolizzato.

Un rapinatore folle dalle tendenze psicopatiche, subito dopo aver messo a segno con la sua banda una grossa rapina, sale su un treno per raggiungere la sua ragazza a Parigi e fa la conoscenza di un profugo ungherese, Leon. Lo porterà con sè e gli farà conoscere la sua splendida donna, inutile dire che tra l’ungherese e Marie (una splendida ma ancora bambina Sophie Marceau) scoppierà una profondissima passione come sempre ai limiti dell’isteria e della repulsione. Il film segnò a sua volta l’incontro e l’inizio di un rapporto professionale e d’amore tra il regista Zulawski e l’attrice, passione che durò più di 17 anni.

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La scelta di Sophie fu azzeccatissima, ma anche forse troppo provocatoria, dalla ragazzina timida e sognante del tempo delle mele, Zulawski cerca di estrapolare anche a tratti in modo piuttosto sadico, un corpo e un atteggiamento forse ancora prematuri, ma senza dubbio riusciti in quella parvenza di casta voluttà che tanto piacque al pubblico.

Il moto asincronico, frenetico e ridondante della macchina da presa del regista polacco oscilla vetiginosamente tra le rumorose mitragliate e i colpi di pistola, bombe a mano e scene sessuali piuttosto spinte a cui fanno da sfondo le ormai tipiche reazioni  di tipo animalesco ed epilettico dei personaggi che rasentano i limiti dell’isteria, inutile quindi dire che il film non lascia spazio ad una trama lineare di facile comprensione per lo spettatore e anzi, spesso può risultare estremamente insoppportabile e destabilizzante.

Un film che in ogni caso ha segnato la storia del noir e del grottesco a cui molti altri poi si sono ispirati, non è infatti difficile cogliere in registi come Peter Greenaway (Il cuoco, il ladro, sua moglie e e l’amante), Lynch (Mulholland Drive) o Cronenberg (Il pasto nudo) chiare ed esplicite citazioni al mondo zulawskiano del caos e della più completa e totale perdita dei confini cinematografici in vista di una più alta definizione del concetto di cinema quale mezzo per avvicinarsi ad una forma d’arte e filosofica superiore.


8.Le mie Notti sono più belle dei vostri Giorni (1989)

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Lucas è un brillante programmatore che scopre di essere malato gravemente di un male incurabile al cervello che lo porterà prima alla perdita di memoria e poi alla morte nel giro di pochi giorni. 
Blanche, una ragazza psichica e telepatica che lavora nel mondo dello spettacolo, vive una vita vuota costretta in un matrimonio senza amore. Blanche è naturalmente stanca di quella vita, ma non riesce a rompere quel circolo vizioso.
I due si incontrano in un caffè di Parigi e il loro valzer inizia immediatamente. Mes nuits sont più belles que vos jours è una storia d’amore, il film è forse la creazione più lirica e romantica di Zulawski. Tuttavia, nel suo universo tutte le categorie tradizionali, gli eventi e i vari stereotipi perdono il loro significato comune, per cui uno spettatore che si aspetta la classica storia d’amore tradizionale sarebbe sicuramente molto deluso.
Qui l’ amore è infatti pieno di dolore, sofferenza, isteria e disperazione. La vicenda di Blance e Lucas è una strana, bizzarra e pazza danza tra due persone ferite sin nell’infanzia. Entrambi sanno perfettamente che i loro giorni sono limitati e cercano disperatamente di vivere fino all’esasperazione l’amore che li unisce, spremendo fuori, tutto ciò che è possibile spremere in poche ore. Sin da subito la loro conoscenza inizia con una sorta di abuso verbale e una violenta discussione in cui già si può avvertire la chimica.
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Zulawski mostra magistralmente la tragedia di un uomo, in cui un unico giorno di vita conta come fossero dieci anni, ritraendo la sua costante ripetizione di parole e frasi semplici, per non dimenticare il loro significato.

Al contempo se in L’amour Braque Sophie Marceau non era molto convincente a causa della sua inesperienza in quanto a recitazione, in questo film, riesce a rendere molto bene il trauma mentale di Blanche. Le scene delle sue sessioni di telepatia strabordano sangue, odio e dolore reale; le scene dei suoi incontri amorosi con Lucas riescono a unire in modo sublime tenerezza, passione e sofferenza.

Così Le mie notti sono più belle dei vostri giorni è la splendida storia di un amore condannato e sincero. Dopo il grottesco L’amour Braque, Andrzej Zulawski sembra aver trovato l’equilibrio tra l’erotismo, la sensibilità e naturalmente quel suo inconfondibile marchio di fabbrica quale l’ eccessiva e a tratti isterica emotività.


 9. La Sciamana (1996)

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Varsavia 1995. Un professore universitario di antropologia, affitta a una giovane studentessa  al primo anno di ingegneria (che si fa chiamare l’Italiana), la stanza del suo unico fratello, un prete, trasferitosi in un’altra città. A nemmeno cinque minuti dall’inizio del film vediamo già i due, stesi sul pavimento coinvolti in un a dir poco ancestrale rapporto sessuale.Tale professore, “felicemente” fidanzato con una bionda altolocata, proprio il giorno dopo aver conosciuto l’ “Italiana”, si lascia ossessionare dalle ricerche su una mummia da poco rinvenuta, che lui è convinto essere quella di un antichissimo sciamano.

Quasi fossero forme diverse ma simili della stessa ossessione, il corpo della ragazza e quello della mummia prendono l’assoluto sopravvento sulla labile psiche del professore ormai morto interiormente, ma ancora non del tutto vinto dalla soffocante quotidianità borghese in cui si trascina da anni. Sin da subito viene messo in risalto il lampante atteggiamento bizzarro, indisciplinato e a tratti violento della giovane studentessa, colta spesso da spasmi muscolari e tic di nervosismo, quasi fosse una spastica dallo spirito libero e selvaggio. Una gatta selvatica, una bambina curiosa meravigliosamente incivile e fuori da ogni contesto sociale che trascina il suo amante in un vortice pericoloso lontano dalla noiosa e vuota banalità del quotidiano.

L’atto primordiale del sesso unito alla mistica dello strano reperto storico-religioso è il motore che guida la trama. Non c’è di sicuro spazio per l’amore qui in Zulawski, ma non tanto perché il rapporto tra i due è ridotto ad un puro istinto primordiale di carattere meramente sessuale, quanto perché l’atto in sé prende lentamente e sempre più le sembianze di uno spasmo muscolare incontrollabile, dove il piacere viene prolungato e a trattenuto il più a lungo possibile fino a rasentare una sorta di esperienza ancestrale che oltrepassa il puro atto fisico, per avvicinarsi sempre più invece a una danza ritmica e ipnotica molto simile a quella degli antichi sciamani che in preda a visioni allucinatorie cercavano di trascende la morte.

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Come in tutti i film di Zulawski anche qui la colonna sonora si integra stonando perfettamente con le scene: tutte quelle di sesso sono infatti accompagnate da un insistente battito di tamburo, in netto contrasto con le scene soprannaturali in cui compare lo sciamano, accompagnate invece da un rigoglioso contrappunto romantico e sensuale. Naturalmente fu Zulawski a decidere di invertire i ritmi che inizialmente Korynski aveva composto linearmente. Come sempre la regia e le scelte di Zulawski sono umorali e a un passo dal sublime…ma anche dalla presa per il culo e ribellione a una mentalità ottusa e castrante come quella del suo paese natio.

Nel 1996 il regista era infatti tornato in Polonia dopo il lungo esilio causato dal film Diavolo, ma anche con questo scatenò numerose critiche, in primis quelle di stampo tipicamente ortodosso, che fosse un film dichiaratamente anticristiano. Il fratello di Michael è infatti un prete e il suo lasciare la natia Varsavia, coincide proprio con l’entrata in scena dell’italiana e il ritrovamento di una mistica, per così dire, corrotta. Lo sciamano rappresenta allora simbolicamente la forza dell’inconscio autopunitivo di Michael che alla fine tenterà di riscattare la sua anima seguendo le orme religiose del fratello ormai morto. Cervello in pappa. Questione religiosa. Ritorno in C’era un frutteto.


 10. Cosmos (2015)

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Dopo 15 anni di assenza (La fidélité-2000) Zulawski torna sulle scene e chiude per sempre il suo cinema dell’assurdo con la trasposizione di un romanzo di Witold Gombrowicz. Due ragazzi fuggono dalle rispettive case e famiglie per raggiungere una pensione famigliare in Portogallo dove vengono accolti da una famiglia dai componenti piuttosto singolari e da strane impiccagioni piuttosto inquietanti.

Cosmos si apre con una citazione dantesca, dove il giovane disadattato e misantropo Witold (alterego dello stesso scrittore e naturalmente di Zulawski) si inoltra silenziosamente in una selva oscura, recitando i primi versi dell’Inferno. Quello che ne consegue è un addentrarsi del protagonista nell’Ade psicologico della propria essenza dove si ritroverà a combattere contro i demoni scaturiti dall’incontro e confronto con gli altri.

Quello che può essere considerato come l’ultimo viaggio di Zulawski è sicuramente un percorso e labirinto erudito, ricco di citazioni e riferimenti sia cinematografici che letterari (solo per citarne alcuni: Dante, Pessoa, Sartre, Tolstoj, Chaplin, Star Wars…). Situato principalmente in una casa di campagna rustica, il film trabocca sua impostazione semplice con un’erudizione sostenuta dalle spettacolari capacità attoriali e registiche, nonchè inframmezzata da strane danze acrobatiche di volti, furiose urla, incontrollato vomito verbale, personaggi di una bizzarria colta e citazionale che ricordano in parte le ultime fatiche di Godard, come anche le strane apparizioni di formiche in un Chien Andaloue di Bunuel fino al più recente ma indimenticabile e destabilizzante nucleo famigliare di Kusturica in Arizona Dream.

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Il giovane Witold è un ex studente di legge ora impegnato a srivere la sua prima sceneggiatura di un film. Il processo creativo del protagonista parte dal presupposto che per essere creativi, per creare si debba essere per forza e in un qualche modo essere oltre le righe, folli, pazzi, disincantati, idealisti, tutto e il contrario di tutto in un moto perpetuo che Zulawski mostra calpestando ogni parvenza di mediocre e noiosa normalità.

Dopo aver trovato un passero morto appeso a un albero, Witold inizia tuttavia a pensare che questo evento sconcertante potrebbe avere a che fare con la piccola pensione della pacifica, anche se schizzatissima Woytis e di suo marito, Léon. Questa missione è in realtà solo un pretesto narrativo per Witold che va sempre più a incidere nel suo processo creativo e Cosmos ne segue con entusiasmo l’esempio: così come i personaggi di supporto sono in fondo tutte espressioni sempre più grottesche e proiezioni della mente solipsica del protagonista, l‘atto di schiacciare la casa angusta e i  suoi dintorni balneari confinandoli in un unico spazio interconnesso, serve a sua volta a Zulawski come una fase performativa per queste trasformazioni frenetiche, finemente disegnate come meccaniche sociali in cui la trama crolla costantemente in un pasticcio irregolare, caotico e dispersivo.

Zulawski offre quindi con Cosmos sublimi momenti di follia ispirata, mettendoci di fronte a un mondo irrazionale che difficilmente potrebbe ridursi ad esplicarsi in modo coerente. La perfezione sta in realtà tutta  nel particolare deforme. Così come Cathrette si ostina a non voler porre rimedio alla sua bocca “di lumaca”, Zulawski ancora una volta sostiene imperturbabile il suo essere perfetto nella sua imperfezione, lineare nella sua creatività del caos.

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